90 anni e sentire che nonostante il crollo dei paesi dell'est e la Bolognina, quella storia è ancora viva nei ricordi delle persone, una ferita che brucia nella storia politica di milioni di italiani.
La serata sui 90 anni del PCI, organizzata dal CIPEC (Centro di Iniziativa Politica e Culturale) presso Casa Delfino a Cuneo, ha visto una buona partecipazione di pubblico. Insieme al presidente dell'associazione Sergio Dalmasso, relatore della serata era il prof. Aldo Agosti, docente di storia all'Università di Torino e autore di importanti saggi sulla storia del movimento operaio e comunista.
Dopo un'introduzione sui passaggi centrali di 70 anni di storia, nel corso del dibattito è emersa la specificità del partito comunista italiano rispetto a quelli europei. Un Partito nato da una delle tante scissioni della sinistra italiana, ma che alle spalle aveva una visione chiara e precisa, grazie anche alla grandissima qualità del suo gruppo dirigente: Gramsci, Bordiga, Togliatti, Terracini... E negli anni del fascismo europeo emerse la coerenza e la determinazione a lottare per la democrazia, più di quel movimento liberale che entrò in una crisi drammatica negli anni 20 e 30.
Fu senza dubbio un Partito che educò milioni di persone ad essere cittadini della neonata Repubblica, essenziale e straordinario fu ad esempio il contributo dato alla stesura della Costituzione Repubblicana.
Togliatti e il gruppo dirigente uscito dalla guerra, pur avendo un legame strettissimo con l'Urss, diede vita ad un partito di massa che contribuì a costruire la democrazia in Italia e sviluppò una propria politica culturale a partire dalla pubblicazione dei "Quaderni dal Carcere" di Antonio Gramsci.
Certo che l'involuzione sempre più drammatica del sistema comunista minò l'unità del Pci, ma questo saper essere "altro" lo salvò da una crisi che invece ci fu fra gli anni 70 e 80. Berlinguer fu l'ultimo segretario a saper avere, come si direbbe oggi, una "connessione sentimentale" con il proprio popolo.
Ma il crollo del regime sovietico travolse anche un partito che ormai ricercava, a furia di innovazioni(?), di ripulirsi da quella storia, a volte cadendo in veri e propri, rinnegamenti.
Resta ancora insoluto il quesito finale, che nemmeno questo incontro è riuscito a chiarire: era inevitabile che il PCI finisse con la Bolognina o si poteva trovare un'altra strada che rifondasse quell'ideale di liberazione e uguaglianza che mosse, e forse muove ancora oggi, le passioni politiche di milioni di persone?
La domanda mostra maggiormente la sua drammaticità nello squallore quotidiano che viviamo nei nostri giorni, dove una crisi politica non trova risposte adeguate a sinistra. Per molti partecipanti resta comunque quel monito gramsciano, quel pessimismo della ragione che viene combattuto quotidianamente dall'ottimismo della volontà, la necessità di provare a costruire la "città futura", di uomini e donne libere da quelle catene che sulla prima tessera del PCd'I avvolgevano questo mondo grande e terribile.
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