Queste parole furono scritte da un giovane sardo poco più che ventenne nel 1917. Si chiamava Antonio Gramsci, il più grande intellettuale italiano del 900. La frase è ripresa dalla presentazione del giornale “La Città Futura”, preparato dalla Federazione giovanile socialista di Torino per gli operai e i giovani non ancora andati al macello nelle trincee della Prima guerra mondiale.
Il futuro appartiene a noi come è appartenuto a quei nostri coetanei che nel giro di pochi anni entrarono in quel ventennio orribile che fu il fascismo, una minaccia avvertita all'epoca da pochissime persone. Gramsci fu uno di quelli e per questo fu fatto morire dopo una lunga prigionia, era a tutti gli effetti il nemico numero uno di Mussolini. Ma cosa ci insegna Gramsci in questo articolo? Che per cambiare il destino e trasformare la realtà dipende tutto da noi, che i giovani si devono istruire e disciplinare (la disciplina socialista è “autonoma e spontanea” cioè non si ubbedisce a nessuno se non a se stessi), ci si deve attrezzare con uno strumento adeguato. E questo strumento è il Partito: “L'organizzazione ha specialmente fine educativo e formativo. E' la preparazione alla vita più intensa (...) ma ne è anche l'avanguardia, l'audacia piena di ardore.”. L'entusiasmo della nostra età non può andare sprecato nell'oscurità di questi giorni, di governo nero e opposizione ombra, di silenzio assordante e ignavia. I e Le Giovani Comunisti/e si devono dare questo compito, essere “veliti leggeri e animosi”, essere quelli che vogliono cambiare il presente, combattere nelle strade razzismo e ingiustizie, prepotenza e ipocrisie, essere la forza “che muove all'assalto della vecchia città infracidita e traballante per far sorgere dalle sue rovine la propria città.”.
Noi saremo presenti il 27 settembre alla Festa in Rosso di Cuneo, l'invito che rivolgo ai giovani è quello di venire, di conoscerci e provare a vedere se le nostre storie possono già intrecciarsi per progettare la “nostra città futura”.
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